Portafortuna: amuleti, talismani e gesti della tradizione

Un portafortuna è un oggetto che porti addosso o tieni in casa perché faccia da scudo o da calamita: tiene lontano quello che non vuoi e chiama quello che aspetti. In Italia ne abbiamo una famiglia intera, dal ferro sulla porta al cornetto sotto la camicia. Qui trovi uno per uno i portafortuna della tradizione: da dove vengono, chi li deve regalare, come si tengono e come si ripuliscono con la luna giusta.

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Il primo giorno di un portafortuna nuovo

Quando Luna nuova per cominciare, o luna crescente, la mattina presto con la luce

Occorrente
  • il portafortuna appena ricevuto
  • un bicchiere d'acqua lasciata una notte all'aria aperta
  • un pizzico di sale grosso
  • un panno pulito
Come si fa
  1. Sciogli il sale nell'acqua e passa il portafortuna nel bicchiere per il tempo di tre respiri, se il materiale lo permette; se è corallo, carta o legno, bagna solo il panno e passalo.
  2. Asciugalo e tienilo nella mano destra, chiusa, davanti alla finestra.
  3. Digli a voce, con parole tue, cosa deve tenere lontano o cosa deve chiamare. Una cosa sola.
  4. Mettilo al suo posto: addosso, sulla porta, sul comò, dove lavorerà.

L'acqua si butta fuori dalla porta di casa, non nel lavandino. Il panno resta suo. Da quel giorno il portafortuna non si presta e non si racconta.

Cosa fa un portafortuna e come lavora

Un portafortuna lavora in due modi, e conviene sapere quale dei due stai chiedendo. Il primo è lo scudo: l'amuleto respinge, tiene lontano il malocchio, l'invidia, la parola detta male. Il secondo è la calamita: il talismano attira, chiama una cosa che ancora non c'è, un incontro, un lavoro, un periodo più leggero. Il cornetto è uno scudo, il quadrifoglio è una calamita, il ferro di cavallo fa tutte e due le cose a seconda del verso in cui lo appendi. Nelle campagne questa distinzione la sanno tutti anche se nessuno la nomina: l'oggetto che difende sta sulla soglia o addosso, quello che attira sta vicino a dove vuoi che la cosa arrivi, sul comodino, nel portafoglio, sul banco di lavoro. Prima di scegliere un portafortuna chiediti cosa vuoi che faccia.

I portafortuna italiani, regione per regione

Ogni regione ha il suo. A Napoli comandano il cornetto rosso e 'o scartellato, il gobbetto con la tuba che porta il ferro di cavallo in mano. In Toscana e nel centro il ferro di cavallo sta inchiodato sulla porta di casa e della stalla, ricordo di quando il ferro trovato per strada valeva quanto una giornata di lavoro. In Sardegna si porta la pietra nera, l'ossidiana, contro l'occhio cattivo, e il sacchettino cucito che le nonne mettono al collo dei bambini. In Sicilia l'occhio e il corno stanno insieme, spesso in corallo. Nel Salento e in Calabria la chiave, la treccia d'aglio sulla porta e il sale negli angoli. Al nord, tra Veneto e Lombardia, la coccinella sulla mano e il quadrifoglio pressato nel libro di preghiere. Tutti diversi, tutti con la stessa regola: si tengono con rispetto, si ripuliscono, non si prestano.

Oggetti portafortuna: quelli che stanno in casa

Il ferro di cavallo sopra la porta d'ingresso, il cornetto appeso in cucina o dietro lo specchio, il gobbetto sul comò della camera da letto, la treccia d'aglio o il peperoncino rosso in cucina, il sale grosso in una ciotola vicino all'uscio: la casa italiana ha il suo corredo di oggetti portafortuna, e ognuno ha un posto preciso. La soglia è il punto più importante, perché è da lì che entra quello che non vuoi: quello che difende sta sulla porta o subito dentro. Quello che attira sta più in fondo, nelle stanze dove si vive. La cucina prende il peperoncino e l'aglio, la camera prende il gobbetto e il quadrifoglio, l'ingresso prende il ferro e il cornetto grande. Una casa senza portafortuna, per chi è cresciuto con queste cose, sembra una casa con la porta aperta.

Portafortuna da regalare: la regola del dono

Il portafortuna più forte è quello che ti arriva in dono. Il cornetto comprato per sé, nel Napoletano, non ha vita: deve regalartelo qualcuno che ti vuole bene, e tu lo accetti senza pagarlo, al massimo lasci una moneta simbolica per non rompere la catena. Il ferro di cavallo vale di più se lo trovi o se te lo dà chi lo ha usato davvero. Il gobbetto si regala a chi comincia qualcosa, un lavoro, una casa, un matrimonio. Il quadrifoglio è l'unico che non si regala quasi mai: quello che trovi è tuo, perché è il caso che l'ha messo sulla tua strada. Quando scegli un portafortuna da regalare, sceglilo pensando a cosa deve fare per quella persona, e daglielo di mano in mano, non per posta, con una parola d'augurio detta a voce.

Come si tiene un portafortuna e quando si ripulisce

Un portafortuna assorbe. È il suo lavoro: raccoglie quello che tu non devi ricevere, e a lungo andare si riempie. Per questo va ripulito. La luna calante è il momento per togliere: un piatto di sale grosso, l'oggetto lasciato sopra una notte, e al mattino il sale si butta fuori casa, mai nel lavandino. La luna crescente serve a ricaricare, a dire di nuovo all'oggetto cosa deve fare: lo tieni in mano, lo passi un attimo sotto l'acqua corrente se il materiale lo permette, lo rimetti al suo posto. La luna piena compie: è la notte in cui il portafortuna che hai appena ricevuto va lasciato sul davanzale a prendere luce. La luna nuova comincia: è il giorno in cui si appende un ferro nuovo o si porta un cornetto per la prima volta.

Gli errori che spengono un portafortuna

Un portafortuna si spegne per poco. Il primo errore è prestarlo: l'oggetto conosce una persona sola, e quando torna indietro non è più lo stesso. Il secondo è comprarlo per sé quando la regola vuole il dono, come per il cornetto. Il terzo è lasciarlo cadere a terra senza raccoglierlo subito e senza dirgli qualcosa, anche una parola sola. Il quarto è tenerlo insieme a un oggetto rotto, a un ricordo che pesa, a una cosa che appartiene a chi non fa più parte della tua vita. Il quinto è dimenticarlo: un ferro coperto di polvere, un cornetto in fondo a un cassetto, un gobbetto senza più il suo ferro in mano hanno smesso di lavorare da tempo. Quando un portafortuna si rompe non si butta con la spazzatura: si seppellisce o si affida all'acqua corrente, e si ringrazia.

Le domande che fanno tutti

Qual è il portafortuna più potente?

Quello che ti è arrivato nel modo giusto. Un cornetto regalato da chi ti vuole bene batte un corallo comprato in gioielleria; un ferro trovato per strada batte uno nuovo di ferramenta. Se devi scegliere un oggetto solo, il gobbetto napoletano tiene in mano tutti gli altri, corno, ferro e 13, ed è il più completo. Ma la forza sta nel dono e nel gesto, non nel materiale.

Un portafortuna si può comprare da soli?

Dipende dall'oggetto. Il cornetto no: comprato per sé non parte, deve arrivare in dono. Il ferro di cavallo si può comprare, ma trovato o usato lavora meglio. Il gobbetto si può comprare purché il primo tocco alla gobba lo dia un altro. Il talismano, invece, è fatto apposta per essere preparato da te. Il quadrifoglio non si compra mai: si trova.

Cosa si fa se un portafortuna si rompe?

Si ringrazia. Un portafortuna che si rompe ha preso un colpo al posto tuo, e ha finito il suo lavoro. Non si ripara e non si butta nella spazzatura: si avvolge in un panno, meglio rosso, e si mette via, oppure si sotterra in giardino o sotto un albero, o si affida all'acqua corrente. Poi si aspetta che ne arrivi un altro, e di solito arriva.

Quanti portafortuna si possono tenere insieme?

In casa quanti vuoi, purché ognuno abbia il suo posto e il suo lavoro: il ferro sulla porta, il cornetto in cucina, il gobbetto in camera. Addosso, uno per ogni compito: un amuleto contro il malocchio, un talismano per la cosa che stai chiamando. Due amuleti per la stessa cosa non raddoppiano, si disturbano, come due persone che parlano insieme.

Un portafortuna va benedetto?

Nelle famiglie del sud spesso sì: il cornetto o la medaglia si portano in chiesa, si fanno benedire e da quel momento fanno due lavori. Non è obbligatorio. Quello che serve sempre è il primo gesto: tenerlo in mano, dirgli cosa deve fare, metterlo al suo posto con la luna giusta, crescente per attirare, nuova per cominciare. La benedizione si aggiunge, non sostituisce.