Gobbetto portafortuna: 'o scartellato e il gobbo napoletano
'O scartellato, il gobbetto, è il portafortuna di Napoli che tiene in mano tutti gli altri: la tuba in testa, il cornetto rosso, il ferro di cavallo, a volte il 13. Un omino di corallo, d'argento o di plastica rossa che sta sul comò, in macchina, al collo. Qui trovi perché il gobbo porta fortuna, da dove viene, com'è fatto, chi te lo deve dare e come si tocca.
Il primo tocco della gobba
Quando Il giorno in cui il gobbetto entra in casa, meglio di luna crescente, di giorno
Occorrente
il gobbetto
una persona che ti vuole bene
un posto dove il gobbo starà in piedi
Come si fa
Metti il gobbetto in piedi nel suo posto, con la faccia verso la porta della stanza.
La persona che te lo ha portato, o chi ti vuole bene, gli passa il pollice sulla gobba dall'alto in basso e dice il tuo nome.
Tu lo tocchi subito dopo, con lo stesso gesto, e dici a voce cosa deve fare in questa casa.
Uscendo dalla stanza, toccalo una terza volta senza dire niente.
Da quel giorno il gobbetto si tocca ogni volta che esci di casa o cominci qualcosa. Non si sposta dal suo posto se non per pulirlo, e se lo sposti gli si dice dove va.
Gobbo napoletano significato: perché porta fortuna
Il gobbo porta fortuna perché porta un peso. La gobba è un carico che la vita gli ha messo addosso e che lui porta senza fermarsi, con la tuba in testa e il sorriso: chi lo tocca si prende un pezzo di quella forza, e chi lo tiene in casa ha in casa qualcuno che ha già passato il peggio. Nelle strade di Napoli il gobbo è sempre stato una figura che si ferma, si saluta, si tocca sulla schiena con un gesto rapido, e il gobbo lo sa e ci scherza. 'O scartellato, in napoletano, è proprio questo: l'uomo con la gobba, che porta la sua sorte e la condivide. Come portafortuna lavora in due versi: respinge il malocchio con il corno che tiene in mano, e attira il buono con il ferro di cavallo e con la gobba. Per questo è il più completo di tutti.
Da dove viene: Napoli, il Settecento e i gobbi di corte
Il gobbo portafortuna nasce a Napoli tra Settecento e Ottocento, quando la città era capitale di un regno e le corti avevano ancora i buffoni, e tra i buffoni i gobbi erano i più ricercati, perché portavano fortuna al signore e alla casa. In Toscana e a Roma i gobbi di corte esistevano già dal Rinascimento, e il gesto di toccare la gobba era comune in tutta l'Italia centrale. A Napoli il gobbo si è preso il vestito da signore, la tuba e il frac, il cornetto e il ferro, ed è diventato una statuina: prima di corallo e d'argento nelle botteghe di Torre del Greco e di San Gregorio Armeno, poi di ogni materiale. La figura si è fissata nell'Ottocento con l'abito da sera, come un signore che va al San Carlo e porta con sé tutto quello che serve a non farsi guardare male. Da allora non è più cambiato.
Com'è fatto: tuba, corno, ferro di cavallo e il 13
Il gobbetto napoletano ha un corredo preciso e ogni pezzo ha un lavoro. La tuba, o il cilindro, è il segno del signore: il gobbo è in società, non è un poveraccio, e porta fortuna da pari a pari. Il cornetto rosso, spesso nella mano destra, tiene lontano il malocchio. Il ferro di cavallo, con le punte in giù, versa fortuna su chi guarda. Il 13, quando c'è, è il numero buono di Napoli tenuto in mano come una carta. La gobba è la parte che si tocca, sempre pronunciata, a volte lucida per le mani che ci sono passate. In alcune versioni il gobbo porta anche una chiave, un quadrifoglio, un peperoncino. Il colore buono è il rosso, il materiale buono è il corallo, ma il gobbo di plastica rossa da un euro, regalato con affetto, lavora quanto quello d'argento. La fortuna sta nel gesto, non nel prezzo.
Come si porta, chi lo regala e come si tocca la gobba
Il gobbetto grande sta in casa, sul comò della camera, sulla mensola dell'ingresso, sulla scrivania, dove lo vedi ogni giorno e lo puoi toccare passando. Il gobbetto piccolo si porta al collo, al polso, al portachiavi, appeso allo specchietto della macchina insieme al cornetto, che è dove lo trovi più spesso in tutto il sud. Si regala a chi comincia: un lavoro nuovo, un negozio, una casa, un matrimonio, un esame. Anche per il gobbo vale la regola del dono, ma meno stretta che per il cornetto: comprarlo per sé si può, purché il primo tocco alla gobba lo dia un altro. Il tocco è il gesto che lo attiva e lo tiene vivo: si passa il pollice o l'indice sulla gobba, dall'alto in basso, in fretta, ogni volta che si esce di casa o si comincia qualcosa. A Napoli si fa anche con i gobbi in carne e ossa, con rispetto e con una battuta.
Come si ripulisce e gli errori che lo spengono
Il gobbetto si riempie come tutti gli amuleti, e più degli altri, perché porta tutto insieme. Si ripulisce in luna calante: una notte nel sale grosso se è di corallo, di corno o di plastica; con un panno asciutto e un soffio se è d'argento, che il sale rovina. Il sale si butta fuori casa. Gli errori che lo spengono: tenerlo sdraiato, perché il gobbo sta in piedi; metterlo in un cassetto; lasciargli cadere il cornetto o il ferro dalla mano e non rimetterlo; dimenticare di toccarlo per mesi; regalarlo via dopo che ha lavorato per te; metterlo vicino a una foto di chi non ti vuole bene. Se si rompe, ha preso un colpo grosso al posto tuo: si ringrazia, si avvolge in un panno rosso e si mette via o si sotterra, e si aspetta che qualcuno te ne porti un altro.
Le domande che fanno tutti
Perché il gobbo porta fortuna?
Perché porta un peso e non si ferma. La gobba è il carico che la vita gli ha messo addosso, e lui lo porta con la tuba e il sorriso: chi lo tocca si prende un pezzo di quella forza. In più tiene in mano il cornetto, che respinge il malocchio, e il ferro di cavallo, che versa fortuna. È l'unico portafortuna che difende e attira insieme.
Cosa tiene in mano il gobbetto napoletano?
Il cornetto rosso in una mano e il ferro di cavallo nell'altra, con le punte in giù, e spesso il 13, il numero buono di Napoli. In testa la tuba, addosso il frac: è un signore. Alcune versioni aggiungono la chiave, il quadrifoglio, il peperoncino. Ogni pezzo ha un lavoro: il corno respinge, il ferro versa, la gobba dà forza a chi la tocca.
Il gobbetto si può comprare per sé?
Sì, con una condizione: il primo tocco alla gobba lo deve dare un altro, una persona che ti vuole bene, dicendo il tuo nome. Regalato lavora meglio, e si regala a chi comincia qualcosa: un lavoro, una casa, un negozio, un esame. Il materiale conta poco: il gobbo di plastica rossa toccato ogni giorno batte quello d'argento chiuso in vetrina.
Come si tocca la gobba del gobbetto?
Con il pollice o l'indice, dall'alto in basso, in fretta, una volta sola, ogni volta che esci di casa o cominci qualcosa. Non si strofina e non si tiene in mano a lungo: è un saluto, non una preghiera. Al gobbetto in macchina si dà un colpetto prima di partire. Ai gobbi in carne e ossa, a Napoli, si chiede, e si accompagna con una battuta.
Il gobbo ha un numero nella smorfia?
Sì, 'o scartellato ha il suo posto nella smorfia napoletana, ed è una delle figure più conosciute. Il numero lo pubblichiamo solo quando la fonte è una: una cifra sbagliata non serve a chi gioca. Il numero che il gobbetto tiene in mano, invece, è quasi sempre il 13, il numero buono di Napoli, quello che si sceglie volentieri e che a tavola si evita.