Frasi magiche
Una formula si dice a bassa voce, una volta sola o tre, con un gesto piccolo: il sale sulla soglia, la candela, l'acqua nel bicchiere. Queste trentacinque frasi magiche sono scritte per la casa e per la notte, nella lingua delle nonne che parlavano alla luna dalla porta di cucina. Nessuna è contro qualcuno. Tutte sono per te, e per la luna giusta.
Luna nuova, luna che non si vede: quello che comincio stanotte cresca con te, e nessuno lo veda prima che sia pronto.
Per la sera della luna nuova, a finestra chiusa.
Sale sulla soglia, acqua nel bicchiere: quel che è mio resta, quel che è d'altri torni da dove è venuto.
Sulla porta di casa, il sabato, giorno di Saturno.
Candela accesa, candela che cala: brucia il pensiero storto, lascia il posto pulito.
Con una candela bianca, a luna calante.
Tre volte lo dico e tre volte lo tengo: quello che ho perso non mi cerca più, e io non lo cerco.
Da ripetere tre volte, la settimana dopo la piena.
Luna crescente, cresci anche tu, cosa che aspetto: un giorno di più, un passo di più, una porta di più.
Dal primo quarto alla piena.
Vento di notte, porta via: quello che pesa, quello che stona, quello che non ho mai chiesto.
Alla finestra aperta, in una sera di vento.
Acqua di fonte, acqua che passa: lava la giornata, lascia la sera pulita e le mani ferme.
Lavandosi le mani prima di cena.
Chiave sotto il cuscino, chiave nel pugno: la porta che cerco si apra a chi la merita, e io me la merito.
La sera prima di una risposta che aspetti.
Sciò, sciò, ciucciuvè: via dal tetto, via dal letto, via da questa casa che stanotte vuole dormire.
Eco della formula napoletana contro la civetta sul tetto.
Luna piena, luna intera: quello che ho fatto è fatto, quello che ho detto è detto, e stanotte lo consegno.
La sera del plenilunio, all'aperto.
Fuoco piccolo, fuoco che vede: tienimi accesa la strada e spenta la paura.
Davanti a un lume, prima di uscire di notte.
Filo rosso al polso, nodo stretto: quello che mi tiene mi tenga, quello che mi lega si sciolga.
Annodando un filo rosso, il venerdì di Venere.
Sette volte sette, nel nome della notte: che la buona sorte trovi la porta e la cattiva sbagli strada.
Sulla soglia, la notte di capodanno.
Ramo d'ulivo, ramo di casa: guarda la soglia, guarda la finestra, guarda chi entra.
Appendendo l'ulivo benedetto sopra la porta.
Luna calante, portati via: la stanchezza dalle spalle, il nome dalla bocca, il rumore dalla testa.
Nell'ultimo quarto, guardando la luna che cala.
Specchio coperto, lume basso: stanotte nessuno mi guarda, e io mi riposo.
Coprendo lo specchio della camera con un panno.
Terra sotto i piedi, cielo sopra la testa, e io nel mezzo che non cado, e non cadrò.
A piedi nudi sulla terra, la mattina presto.
Occhio storto, occhio secco: passa oltre, perditi per strada, e in questa casa non entrare.
Sulla soglia, con un pizzico di sale in mano.
Aglio alla trave, sale al cantone: la casa è mia, la notte è mia, e chi bussa aspetta domani.
Nelle case di campagna, appendendo l'aglio in cucina.
Vento di tramontana, spazzami la testa: lascia solo quello che serve a domani mattina.
In una sera di tramontana, a finestra aperta un dito.
Luna, lunedda, fammi la strada chiara: chi cammina stanotte arrivi dove voleva andare.
Con un'eco salentina nel diminutivo, per chi viaggia di notte.
Fiamma della candela, non tremare: quello che chiedo è piccolo, e lo chiedo piano.
Fissando la fiamma senza fiato, prima di una richiesta.
Erba di San Giovanni sotto il cuscino: quello che devo sapere, lo sappia il sonno prima di me.
La notte fra il 23 e il 24 giugno.
Chiodo nella porta, ferro alla soglia: il freddo resti fuori e la buona notizia trovi il campanello.
Toccando il ferro della porta entrando in casa.
Nella luna nuova pianto una parola. Nella piena la raccolgo. In mezzo, sto in silenzio e annaffio.
Formula del mese intero, da dire alla nuova e ripetere alla piena.
Che sia, che sia, che sia: tre volte per il cielo, tre per la terra, tre per me che lo dico.
Chiusura di ogni formula, a voce bassissima.
Acqua e sale, sale e acqua: ciò che è torto si raddrizzi, ciò che è chiuso si apra, ciò che è mio mi trovi.
Con un bicchiere d'acqua e tre pizzichi di sale sul davanzale.
Mare grande, mare che sa: prenditi questo pensiero e restituiscimelo pulito con la marea di domani.
Sulla riva, a luna piena, quando la marea è alta.
Cenere del fuoco, cenere che tace: quello che è bruciato non torna, e io non lo aspetto più.
Spargendo la cenere di un foglio bruciato a luna calante.
Luce di luna sul davanzale, entra e resta: la casa ha bisogno di una lampada che non consuma.
Aprendo le imposte alla luna, la sera del plenilunio.
Corno al collo, sale in tasca, un passo col destro: così si esce di casa il giorno che conta.
A Napoli, prima di un esame, un colloquio, un viaggio.
Nodo che sciolgo, nodo che lascio: quello che mi teneva fermo stanotte non ha più corda.
Sciogliendo un nodo fatto a luna piena, nella calante.
Piano, piano, che la luna sente: quello che chiedo lo dico una volta sola, e poi lo lascio andare.
Regola d'uso di ogni formula: una volta, e via.
Chiudo la giornata con tre parole: grazie, basta, domani. La notte sa cosa farne.
Prima di spegnere la luce, ogni sera che serve.
Luna che sorgi, sorgi anche per me: portami la faccia buona della cosa che aspetto.
All'ora in cui la luna sorge sulla tua città.
Da dove vengono le formule
Le formule si tramandavano in cucina, di madre in figlia, e non si scrivevano: si dicevano a bassa voce con un gesto, e chi le imparava le imparava a orecchio. Per questo hanno il ritmo delle filastrocche e le rime facili, e per questo spesso sono in dialetto, che è la lingua della casa. A Napoli si manda via la civetta dal tetto, nel Salento si parla alla luna con i diminutivi, nelle campagne del Nord si appende l'aglio alla trave e si tocca il ferro della porta. Le formule di questa pagina sono nostre, scritte in quello stampo: parole corte, un gesto, la luna giusta. Nessuna è presa da un libro di magia e nessuna è contro qualcuno. Sono formule per la casa, per la notte e per chi le dice.
Quando dirle
Ogni formula ha la sua luna. La crescente, dal primo quarto alla piena, è per attirare: le formule che chiedono una porta, una risposta, un passo in più si dicono in quei giorni. La calante, dalla piena all'ultimo quarto, è per allontanare: la stanchezza, il pensiero storto, il nodo. La piena è per compiere: si consegna quello che è fatto. La nuova è per cominciare, al buio, senza che nessuno veda. Anche i giorni contano: il venerdì è di Venere e va bene per i legami, il sabato è di Saturno e va bene per la soglia e le protezioni, il lunedì è della luna ed è buono per tutto ciò che si dice a lei. Il calendario lunare ti dà le date; la pagina della luna crescente o calante di oggi ti dice se stasera è sera da attirare o da lasciare.
Come si dicono
A bassa voce, una volta sola o tre, mai di più: chi ripete all'infinito non crede a quello che dice. Con un gesto piccolo che accompagna le parole: il sale sulla soglia, la candela, l'acqua nel bicchiere, il filo al polso, la finestra aperta un dito. Senza spiegare a nessuno cosa stai facendo, e senza pubblico: la formula è una cosa fra te e la casa, o fra te e la luna. Non si nomina nessuno. «Allontanare» è allontanare un'influenza o una situazione, mai una persona; le formule che chiedono il male di qualcuno non stanno in questa pagina e non stanno in nessuna casa che voglia dormire tranquilla. Quando hai finito, chiudi con «che sia» tre volte, e non ci pensare più: il lavoro della formula è anche lasciarla andare.
La luna giusta per ogni formula
Le formule che chiedono si dicono quando la luna cresce, quelle che lasciano quando la luna cala, e questa regola vale più del giorno, dell'ora e della candela. Prima di dire una formula guarda che luna c'è: la pagina della luna crescente o calante di oggi te lo dice in un secondo, con la percentuale illuminata e l'ora in cui sorge per la tua città. Per le sere grandi del mese, la nuova e la piena, il calendario lunare dà data e ora, e le pagine degli incantesimi della luna nuova e della luna piena raccontano i gesti interi di quelle due notti, con l'occorrente e i passi. Le formule di questa pagina sono più corte: stanno in una riga, si dicono sulla soglia, e non hanno bisogno di altro che della luna giusta.
Le domande che fanno tutti
Le formule magiche funzionano?
Funzionano come funziona una parola detta con intenzione: mettono in ordine chi la dice, prima ancora della stanza. Una formula detta a bassa voce sulla soglia, con il sale in mano e la luna giusta, chiude una giornata e ne apre un'altra, e questo è già il suo lavoro. Le nonne che le dicevano non chiedevano miracoli: chiedevano che la casa dormisse tranquilla, e la casa dormiva.
Posso inventare una formula magica mia?
Sì, ed è la cosa migliore. Le formule di questa pagina sono uno stampo: prendi un oggetto di casa, il sale, la candela, l'acqua, la chiave; nomina la luna di stanotte, crescente o calante; chiedi una cosa sola, piccola, in una riga; chiudi con «che sia» tre volte. Se la formula ti viene in dialetto, meglio: il dialetto è la lingua in cui le formule sono nate, e la casa lo riconosce.
Esistono formule magiche contro qualcuno?
Non in questa pagina e non in nessuna casa che voglia dormire bene. Le formule che allontanano, allontanano un'influenza, una situazione, un pensiero storto, un occhio secco: mai una persona con il suo nome. Chi vuole il male di qualcuno se lo porta in casa con la formula. Se senti un'influenza addosso, la pagina del malocchio racconta i gesti antichi per riconoscerla e lasciarla fuori dalla porta.
In che lingua si dicono le frasi magiche?
Nella lingua di casa. Le formule antiche sono quasi tutte in dialetto, perché si dicevano in cucina e non a scuola: il napoletano per la civetta, il salentino per la luna, il veneto per l'aglio alla trave. Quelle di questa pagina sono in italiano con qualche eco di dialetto, così le può dire chiunque. Se in casa tua si parlava un dialetto, dille in quello: la formula suona meglio nella lingua in cui hai imparato a contare.
Tutte le pagine di frasi.